Dopo i primi due anni in Gepin mi misero a fare il docente per i neo assunti. Da questa attività nacque la possibilità di insegnare Informatica al corso della Scuola di Giornalismo Medico Scientifico dell'Università di Tor Vergata e presieduta dal prof. Casciani. Notare il nome di Sergio Lepri direttore dell'ANSA. Insegnai due anni con grande soddisfazione e lasciai, purtroppo, quando cambiai azienda.
venerdì 10 febbraio 2012
Un curriculum alternativo
Dopo i primi due anni in Gepin mi misero a fare il docente per i neo assunti. Da questa attività nacque la possibilità di insegnare Informatica al corso della Scuola di Giornalismo Medico Scientifico dell'Università di Tor Vergata e presieduta dal prof. Casciani. Notare il nome di Sergio Lepri direttore dell'ANSA. Insegnai due anni con grande soddisfazione e lasciai, purtroppo, quando cambiai azienda.
venerdì 15 ottobre 2010
Avrei Voluto
Bernardo Lo Sterzo canta "Avrei Voluto" di Lorizio - Brunelli
L'arrangiamento, l'esecuzione e la registrazione audio sono di Bernardo. Grazie Bernardo!
Il testo è della canzone è di Annnalucia Lorizio, la musica di Bruno Brunelli.
Le foto sono di Bruno Brunelli:
La prima foto è a Via SS Quattro a Roma
La seconda è scattata nel centro storico di Ancona
La terza sono canne di bambù a Villa Torlonia
Nella quarta, persone anziane aspettano il Papa a Piazza San Pietro. L'uomo ha uno sguardo intenso e sembra riflettere su tutta la sua vita in questo momento di attesa.
L'ultima è una tela di Subleyras raffigurante S. Camillo De Lellis mentre pone in salvo i malati dell'ospedale Santo Spirito durante l'inondazione del Tevere del 1598. Il quadro è meraviglioso e mi sembra dare esempio (nell'opera del santo) alle parole misericordia e dono (uno dei tanti quadri "dimenticati" che sarebbe il caso di valorizzare anzichè correre sempre tutti dietro alle solite cose)
martedì 9 marzo 2010
I Santi e la Chiesa
Basta guardare San Francesco, San Camillo, San Filippo Neri. Ognuno nella sua epoca ha riportato in vita un Corpo disperso e quasi esangue. In alcuni casi, come in Francesco, con una chiarezza ideale fortissima, o meglio con un mandato esplicito da parte di Cristo.

"Pregando il beato Francesco dinanzi all'immagine del Crocifisso, dalla croce venne una voce che disse tre volte: "Francesco, va', ripara la mia chiesa che tutta si distrugge" (Giotto, Assisi)
In tutte le loro storie ci sono molti elementi inamovibili. Elementi che si rintracciano in tutte le loro vite. Il primo è sempre la riscoperta dell’incontro con Cristo e della sequela di Cristo. E’ Lui in realtà che rifà la Chiesa. Il santo Lo riconosce e Lo segue. Un secondo è che il santo non è mai solo ma ad imitazione di Cristo raduna una compagnia, crea un'unità che opera nella realtà del mondo.
Un movimento, all’inizio, che poi pian piano si struttura e permane come un pilastro della vita della Chiesa. Ma la fenomenologia che sto cercando di descrivere dimostra sperimentalmente anche un’altra verità. E cioè che questo metodo con cui Dio ricostruisce la Chiesa è sempre in azione. Ha bisogno di vivere di “inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine”(San Gregorio di Nissa). E’ bellissimo come la Chiesa ha ripercorso la stessa dinamica della storia di Israele, sempre in attesa di un nuovo profeta.
Dicevo, dunque, che alcuni elementi sono comuni a tutte le vite dei santi. Altri invece sono propri dell’esperienza di ognuno. Elementi caratteristici che sono estremamente interessanti perché è proprio in questi che si realizza la ritessitura dell’abito strappato, la riparazione dell’errore, la ricostruzione dell’edificio danneggiato. Così di volta in volta nei secoli i santi hanno richiamato alla povertà, alla preghiera, al lavoro con i giovani, alla costruzione degli ospedali, alla missione.
L’ultimo mezzo secolo
Negli ultimi decenni non è mancata a noi cristiani la possibilità di assistere ancora all’avvenimento della santità. A me è capitato di seguire un santo che si chiamava Luigi Giussani. Dico santo perché appunto tutti gli elementi inamovibili della vita di un santo sono in lui estremamente chiari ed evidenti. Un elemento di metodo proprio di don Giussani è la capacità di “riflettere sull’esperienza cristiana” come recita il titolo di uno dei suoi primi scritti. Senza questa educazione nessuno di noi seguaci sarebbe stato in grado di dire due parole sensate sul cristianesimo.
Recentemente Benedetto XVI ha ripreso questo concetto nella lectio divina ai seminaristi della diocesi di Roma. Forse la migliore testimonianza, pur se non esplicita, resa a don Luigi.
Ed indubbiamente la Chiesa della seconda metà del secolo scorso, quella in cui ha vissuto don Giussani, aveva un estremo bisogno di questo richiamo. Ma non solo la Chiesa, anche la società italiana, dove agivano organizzazioni e partiti fortemente ideologicizzati, aveva bisogno di questo richiamo. Una società in cui le leggi morali dominavano l’azione, vuoi per convinzione “ideologica”, vuoi per perbenismo.
Sono abbastanza vecchio da ricordarmi gli anni ’50 e ’60. Il clima di quegli anni, gli ideali, la speranza. Non che in quegli anni non esistesse il male ma nel comune sentire certi principi erano solidi e in qualche modo guidavano la vita sociale. Per quanto riguarda la Chiesa, il moralismo delle associazioni cattoliche dominava ma anche soffocava i giovani che avevano un desiderio. Si può tentare di girare la frittata come si vuole cercando di negare questa realtà e cioè che la ribellione dei giovani alla fine degli anni sessanta non fosse legittima e ultimamente positiva, ma non ci si riuscirà mai. In realtà la proposta di don Gius si trovò proprio a rispondere ad un desiderio di liberazione dal moralismo della Chiesa e della società di quegli anni. Non per niente una delle frasi da lui più citate è quella del teologo protestante Niebuhr: “non esiste niente di più incomprensibile della risposta a una domanda che non si pone”. E’ il semplice schema di ogni lezione di don Gius: partire dalla domanda (senso religioso dell’uomo) per giungere alla risposta (Cristo). Fuori di questo schema non è comprensibile lo sviluppo di CL dopo il ’68. Con buona pace di chi anche dentro CL cerca di riscrivere la storia. Sia chi proveniva direttamente dall’associazionismo cattolico, sia chi se ne era già distaccato ma era comunque insoddisfatto, tutti questi erano pronti ad aderire a don Giussani in forza di quello storico emergere di un desiderio anti-moralista. Per lo più inconsapevolmente. Io, in realtà, ricordo, mentre frequentavo la sinistra extraparlamentare, un pensiero che a volte affiorava, un’attesa, un desiderio che tra i cristiani potesse nascere qualcosa di nuovo.
Oggi
Oggi ho una sensazione chiara. Il mondo è cambiato. Ha ancora senso combattere il moralismo? In prima approssimazione direi di no. Non esiste più una società che si basa su una legge morale. Oggi le leggi fondamentali (i 10 comandamenti) sono tutte pubblicamente disattese. Resistono sacche di perbenismo ma il fenomeno più drammatico e che la legge morale è sostanzialmente sentita come fastidio ed utilizzata solo come arma di lotta politica. La parte A accusa la parte B di rubare, la parte B accusa la parte A di uccidere ma entrambe solo perché così sperano di mettere in difficoltà l’avversario. La sensazione della gente è di essere presa in giro. L’aborto, l’eutanasia, la corruzione, la truffa, il sesso a pagamento, la guerra, l’omicidio... tutto è praticato senza scrupoli e contemporaneamente usato come accusa al nemico. Qualche giorno fa il Ministro della Giustizia ha annunciato che una nuova legge avrebbe ribadito che rubare è un reato. Ecco. Allora ormai bisogna ricordare ai nostri concittadini che non possono rubare come se bevessero un bicchiere d’acqua. Qualche anno fa l’avrebbero preso per matto! Questa è una delle dimostrazioni più evidenti di quale sia il valore che comunemente e pubblicamente oggi si da alle leggi morali.
Anzi ho anche assistito incredulo a interventi che tentavano di giustificare qualche politico particolarmente puttaniere proprio in forza del discorso contro il moralismo! Roba da far rivoltare più d’uno nella tomba.
La gente oggi è disorientata, si sente presa in giro da chi dice cose in cui evidentemente non crede. Parlano di bene comune. Quando mai si è visto un politico rinunciare a qualcosa per il bene comune?! Oltre all’immoralità regna l’ipocrisia. E regna il partito preso. Prima si sceglie la parte in cui piace stare e poi si usano le armi culturali e ideologiche per combattere l'altra parte. Ditemi chi non fa così, forse qualche cattolico residuale...
Il mondo è cambiato, la Chiesa è cambiata. Quanti santi recenti non ci sono più! Luigi Giussani, Chiara Lubich, Madre Teresa, Giovanni Paolo II per citarne alcuni. I movimenti si sono ormai mutati in associazioni. Si spera che continuino a sostenere la Chiesa. Ma la mia sensazione è di trovarmi di nuovo, dopo 40 anni, come in quel tempo in cui desideravo che un nuovo santo/profeta illuminasse la vita della Chiesa e del mondo.
E’ tempo che il Signore sparigli di nuovo il gioco. Come il Papa ha detto ai seminaristi romani il vero contrario del moralismo è la fiducia nell’intervento di Dio nel mondo.
Segni
E non so quali segni vedere. Solo un’altra sensazione. E cioè che dopo l’epoca dei movimenti sia di nuovo l’epoca della struttura: i vescovi, le parrocchie. Anche grazie all’opera dei recenti santi, nelle parrocchie si percepisce di meno l’ideologia. Nelle prediche si parla di nuovo di Gesù Cristo.
Ormai ci si sente molto più guidati dalle parole dei vescovi e dei parroci che non da qualche “personalità” cattolica. Anche perché oggi il problema non è più quello di concretizzare l’emergere di un desiderio, come negli anni ’60. Oggi si devono ricreare le condizioni per poter tornare a sperare.
Alberoni, in uno dei suoi articoletti in prima pagina del Corriere spiegava come anche i più grandi della storia sono stati sconfitti per l’incapacità di cambiare strategia. Napoleone in Russia perse perché continuò a combattere come aveva fatto con successo in tanti altri campi di battaglia.
Per nostra fortuna, nella Chiesa i generali potranno finire in qualche Beresina ma Qualcuno esprimerà una creatività nuova. Sicuro.
domenica 20 settembre 2009
La mela e la P38. La presentazione del libro di Saverio Allevato e Pio Cerocchi al Meeting di Comunione e Liberazione

Noi, toccati dall’annuncio di Cristo, diventati a nostra volta missionari nell’università di Roma. Tutto il resto, la politica, la cultura, era di fatto guidato dalla missione, strumento, persino, della missione. “L'amore di Cristo ci spinge…” dicevamo con San Paolo (2Cor 5, 14) e proprio questo era motore e garanzia di tutta la nostra azione (e, a Dio piacendo, lo è ancora). Il più grande applauso a Saverio è arrivato quando, con la sua solita decisione, ha affermato che non eravamo contro nessuno, ma per tutti, per tutti gli uomini che incontravamo. Saverio ha citato un esempio chiaro: andando in giro a chiedere voti per i nostri candidati al comune nel 1976, la gente che ci conosceva da bambini ci chiedeva stupita come mai fossimo così cambiati e si finiva immancabilmente per raccontare l’incontro e l’esperienza della comunità cristiana. Il vero risultato di quella campagna elettorale non fu tanto il pieno di voti ma che due o trecento persone si unirono a noi in pochi mesi. E non furono convinte da un discorso politico ma dalla verità della nostra testimonianza. Non aderirono ad un partito ma riscoprirono il valore del proprio battesimo.
E ora il secondo autore del libro, Pio Cerocchi. Già solo il fatto che un “ciellino” e un “fucino” abbiano scritto oggi un libro insieme dimostra che qui c’è qualcosa di diverso, qualcosa fuori degli schemi. I tempi cambiano, le situazioni cambiano. Se negli anni ’70 è stato necessario indicare e percorrere una strada che riportasse l’esperienza cristiana alla sua essenziale verità, anche a costo di guardarsi in cagnesco, perché l’ideologia di sinistra stava snaturando l’esperienza cristiana, oggi è ormai l’ora di far prevalere l’amore per l’Unità. Mentre Pio parlava, con una toccante commozione, di questo tema e del suo amico Paolo Giuntella, mi venivano in mente le parole dell’inno Ubi caritas “Cessent iurgi a maligna, cessent lites”. Veramente è tempo per i cristiani di ritrovarsi in unità alla sola condizione che non sia l’ideologia del mondo a prevalere sull’annuncio cristiano. Perché questo è sempre il problema, quando una preoccupazione umana, fosse anche quella per i poveri, o peggio una convinzione politica, diventa prevalente rispetto alla missione cristiana. Oggi il fronte dell’attacco è molto più vasto che non solo quello dell’ideologia marxista. Ma comunque tornando alla osservazione di Saverio, non essere “contro” ma sempre a favore dell’uomo. Suona paradossale detto da gente che è stata pestata per bene sia da sinistra che da destra, eppure questo è essere cristiani.
Un accenno infine al terzo protagonista di questa presentazione, il presidente Roberto Formigoni, amico storico di Saverio perché insieme dettero vita al Movimento Popolare e cioè al tentativo di strutturare politicamente la nostra esperienza. Formigoni si è limitato a fare il presentatore senza intervenire nel merito se non ricordando appunto le esperienze comuni fra lui e Saverio. Esperienze che poi presero strade piuttosto diverse, come in generale fra il movimento ciellino a Roma e a Milano. Forse qualcuno scriverà anche degli anni ’80 e ’90 in maniera personale e alternativa come ha fatto Saverio per gli anni ’70? Sarebbe interessante.
mercoledì 9 settembre 2009
Ero stato a Siena tante volte ma per un motivo o per l'altro non ero mai entrato nel Palazzo Pubblico di Piazza del Campo. Ad inizio agosto ho avuto l'opportunità di passare con Grazia ancora una giornata nella bellissima città toscana e di sanare la grave lacuna. Attrazioni principali: Guidoriccio da Fogliano di Simone Martini e "Gli effetti del buono e cattivo governo" di Ambrogio Lorenzetti. La cosa che mi ha colpito tantissimo è questa seconda. La stanza con le tre pareti affrescate da Lorenzetti è indubbiamente uno dei punti fisici e morali più significativi e importanti della civiltà occidentale e della nostra res publica e politica.
Premessa
Il mio primo incontro ravvicinato con Ambrogio Lorenzetti l'ho avuto nel 2007 al museo diocesano di Cortona con quell'affresco di Cristo che porta la croce e TI guarda come per chiederti se sei consapevole di quello che sta accadendo, per chiederti se puoi immedesimarti in quello che sta soffrendo per te.

Dopo questa intensa emozione Ambrogio Lorenzetti non è stato più per me un nome di pittore medioevale come altri e ho cercato di vedere altre opere. La prima occasione quest'anno è stata durante un week end a Massa Marittima. Città assolutamente non valorizzata come dovrebbe.
A Massa ho vista la Maestà.
La Maestà
Opera stranamente poco citata forse perché riconosciuta come sua opera "solo" agli inizi del 1900. Questa è invece estremamente bella e importante anche per un forte legame con quanto dipinto nel Palazzo Pubblico di Siena. La Maestà "va datata […] al 1335-1337, cioè alla vigilia della grande impresa degli affreschi del Palazzo Pubblico di Siena” (da CARLI E., L’arte a Massa Marittima, Siena, 1976).
Il legame è dato dalla Fede, Speranza e Carità che sono rappresentate qui ai piedi della Vergine e lì esattamente sopra la figura del Buon Governo.

Il Buon Governo
Per vedere le immagini a grandi dimensioni vai a
http://it.wikipedia.org/wiki/Ambrogio_Lorenzetti
Fede, Speranza e Carità: i tre gradini ai piedi della Vergine
Fede, Speranza e Carità: sul capo del Buon Governo
E questi sono gli effetti del buon governo:
in città...
...e in campagna
Per una descrizione delle opere, ho copiato una scheda presente sul sito del comune di Siena (la trovate in fondo)
Due considerazioni principali alla fine delle riflessioni su quanto visto.
Ideale non ideologia
E' necessario un accenno al governo dei Nove che ha retto la città dal 1280 alla metà del '300 circa. Nel 1277 i nobili sono cacciati dalle cariche supreme riservate ai "buoni e leali mercatanti di parte guelfa" i quali, nel 1280, sostituiscono ai Trentasei un consiglio dei Quindici, ridotto ancora a Nove membri, sempre con esclusione dei Grandi. Quest'ultimo governo, detto il Governo dei Nove e rappresentante la classe borghese, rimane al potere per 70 anni circa e porta in città la pace e un benessere considerevole espresso specialmente dalla quantità di opere pubbliche portate a compimento. È questo il periodo di maggiore fasto in cui prende corpo l'impianto della Piazza del Campo, così come la conosciamo oggi, del Duomo e delle opere pittoriche e scultoree.
Dunque la città che era stata così fortemente ghibellina trova la pace e lo splendore con un governo guelfo e non-nobile. E' questo governo che commissiona ad Ambrogio gli affreschi nel palazzo.
Un governo che vuole mettere le cose in chiaro, vuole promuovere un programma chiaro. E' noto: gli effetti del buon governo sono più affreschi programmatici che la registrazione della realtà, ma è giusto che sia così. Oggi sembra quasi che una politica che comunichi con chiarezza la sua concezione di bene comune debba essere tacciata di ideologia. Conosciamo tutti la critica alla "ideologia" dei valori ma questo non può voler dire che un ideale chiaro non sia positivo. E il fatto che nel caso dei Nove che sia non ideologico è "garantito" proprio, a mio parere, dal forte sentimento religioso che traspare da tutto l'impianto dell'opera. Come già accennato sopra parlare di affresco profano è piuttosto fuorviante. Siamo alle solite: ancora con il fatto che un'opera è religiosa o profana a seconda del soggetto. Vale sempre la pena ripetere con Bill Congdon: "Cos'è Arte Sacra? C'è più senso del sacro nelle mele di Cezanne che nelle Madonne di Raffaello!". Non si tratta di costruire una società teocratica o popolata di preti. Ma di riconoscere che tutto quello che la società occidentale ho costruito di buono è dovuto alle sue "radici" cristiane. Anche questa formulazione delle radici è poi riduttiva. D'altronde ci troviamo in pieno Medioevo, quell'epoca che, don Giussani insegna, era intrisa di Cristianesimo, come in realtà lo sono queste scene. Il problema è saperlo vedere. Si capisce se uno ha fatto esperienza di cosa può voler dire.
Il Libro e il Mulino ad acqua
Conclusa la visita, non avendo potuto fotografare (le immagini qui sono tratte da wikipedia), e avendo tante domande e riflessioni in testa ho cercato un libro che contenesse tutte le immagini delle opere e nel contempo spiegasse in dettaglio le scene dipinte da Lorenzetti.
Al bookshop mi hanno consigliato il volume "Utopia e realtà nel Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti" di Maria Luisa Meoni che ho trovato estremamente interessante e ho letto durante la vacanza al mare (Edizioni IFI - Firenze - prefazione di Mario Luzi).
Il libro spiega in dettaglio tutte le scene degli affreschi del buon governo, sia in città che in campagna.
Delle tante interessanti considerazioni, una su tutte. Lorenzetti, sollecitato dai governanti, si premura di diffondere alcune nuove tecniche sia agricole che pre-industriali. Per esempio disegna le vigne secondo una modalità di impianto non ancora adottata all'epoca ma che si voleva introdurre perché difendeva le colline (le crete) dall'erosione. Un'altro esempio: il mulino ad acqua. La società civile informata dal cristianesimo ha sempre dovuto combattere il continuo ritorno dello sfruttamento economico dell'uomo sull'uomo: la schiavitù, la servitù della gleba, fino all'odierno distorto utilizzo della forza lavoro straniera. L'autrice dice che l'abolizione della servitù portò alla valorizzazione di una scoperta in realtà non nuova: il mulino ad acqua. Non essendoci più chi era disposto a girare a mano una macina, era necessario inventare qualcosa di alternativo, di meccanico, di automatico. Serviva la creatività dell'uomo, serviva il suo essere diverso dall'animale, dalla bestia. Non serve ridurre il costo del lavoro, serve inventarsi qualcosa di nuovo, serve la ricerca, serve far emergere i migliori, non i più servi. Questo è il refrain del mulino ad acqua. E' invece no, guardiamola questa nostra Italia piena di menzogne. Si critica la tecnologia come se fosse contro l'esperienza cristiana! Tutto il contrario! E' proprio quando si desidera non basare l'economia e la vita sociale sulla servitù, la scorciatoia della servitù, che ci si impegna nella creatività, nella parte nobile del lavoro, nella parte nobile dell'impresa, dell'intrapresa. Imprenditore è chi mette a frutto idee nuove, è chi riesce a realizzare un vantaggio competitivo rispetto agli altri nei metodi di produzione o meglio ancora nella ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi.
Invece assistiamo al ritorno dell'imprenditore che ha come primo o unico obiettivo la riduzione dei costi, l'aumento dei servi sia servi-dirigenti che servi-impiegati che servi-operai.
Dal sito del Comune di Siena: http://www.comune.siena.it/
una scheda di Mauro Civai
La Sala dei Nove
È forse la sala più nota tra quelle del Palazzo Pubblico e molti visitatori si accontentano della sua consultazione che, volendo approfondirla, può andare avanti per delle ore.
Ha avuto nel tempo molti nomi: "delle balestre" perchè anche destinata ad armeria, del "Buon Governo" perchè ospita quell'allegoria, " della Pace" da una delle figure qui rappresentate. Ma la sala incarna appieno la mentalità dei Nove, la forma di governo che più a lungo e meglio resse a Siena, dal 1287 al 1355, garantendole uno sviluppo economico e artistico con pochi eguali al mondo.I Nove incaricarono nel 1337, Ambrogio Lorenzetti, che dopo la partenza di Simone Martini per la corte papale ad Avignone, era rimasto il principale interprete della Scuola senese, di decorare l'ambiente.
In esso i Nove ricevevano gli ospiti, volendo che fosse immediatamente chiaro quali erano gli ideali che ispiravano il loro agire.
Si tratta del primo ciclo profano della storia dell'arte e si sviluppa per vari gradi descrittivi con una meticolosa determinazione didascalica, come a dire che non vi dovesse essere alcun dubbio sulla comprensione del messaggio proposto. Sulla parete opposta alla finestra, quindi in migliori condizioni di leggibilità vi è l'"Allegoria del buon governo". Essa si basa sul concetto della divisione dei poteri tra il "governo", raffigurato attraverso un vecchio saggio vestito dei colori di Siena (bianco e nero), e la "giustizia" dotata della simbolica bilancia. I due protagonisti dell' amministrazione dello Stato agiscono sullo stesso piano, pur lavorando in ambiti diversi.
Il "governo" si avvale dell'apporto delle virtù cristiane, nel suo operare, mentre la "giustizia" è assistita dalla "sapienza".
Dai piatti della bilancia della "giustizia" si diparte un doppio filo, poi riunito dalla figura della "concordia" e consegnato da questa a ventiquattro cittadini che lo riconducono al "governo", a significare che la separatezza dei poteri, secondo l' antica concezione aristotelica dello Stato, mutuata del pensiero di Tommaso d'Aquino, deve conoscere aspetti di vicinanza, garantiti dalla partecipazione dei cittadini alla gestione delle cose pubbliche.
Sull' altro lato della figurazione è schierato l' esercito con dei prigionieri in catene, come altro elemento fondamentale dell'equilibrio politico.
Ai piedi del "governo" è assisa una lupa, per la prima volta proposta come simbolo della città, un segno che fino ai nostri giorni è stato riproposto nelle architetture, nelle monete, nelle insegne anche più umili.
Nella parete accanto, sovrastante la porta d' accesso, sono dipinti, "Gli effetti del buon governo in città e in campagna". La città e il paesaggio non sono astratti ma ben identificabili in Siena e nel suo territorio, raffigurati con tutte le loro peculiari caratteristiche. Nella Siena medievale fervono le varie attività: i commerci, le manifatture, lo studio. I muratori costruiscono nuovi edifici in una città che cresce. I traffici sono intensi lungo la strada (la Francigena) che taglia la città e la sua campagna, che è segnata dall'intervento rispettoso dell' uomo che la usa a suo vantaggio.
Su tutta la scena domina la "securitas", la cui morbida grazia non è scalfita dalla sinistra presenza dell'impiccato che tiene. La sicurezza che per i più si tramuta nell'agio di condurre tranquillamente le proprie occupazioni, per alcuni di dedicarsi al diletto dello spirito.
Sulla parte opposta, rispondendo ad una esigenza di tipo didattico, sono raffigurati "L'allegoria e gli effetti del cattivo governo" in modo che l'esempio negativo possa ancor più far brillare le concezioni dei Nove.
Il concetto che si vuole esplicitare è quello della "tirannia", di un tipo di governo cioè che non guarda al bene comune ma ai propri ristretti interessi. Per ottenere lo squallido risultato il Tiranno, che come consiglieri tiene i "vizi", ha dovuto per prima cosa neutralizzare la "giustizia" che, legata e spogliata, è ormai priva delle sue prerogative.
Ne conseguono effetti devastanti per la città e la campagna, ridotte a scenario di angherie e violenza, teatro di morte e distruzione, dove nessuno lavora e soltanto il fabbro prosegue nella sua mortifera attività di costruttore d'armi.
Il grandioso ciclo lorenzettiano ci è giunto gravemente lesionato dal tempo e anche dalla scarsa considerazione di cui ha goduto questo genere d'arte, considerata "primitiva", nei secoli passati.
Un recente restauro, lungo e impegnativo, ce lo ha restituito in maniera pienamente godibile.
Maestà di Ambrogio Lorenzetti
Dal sito dei musei di Massa Marittima http://www.massamarittimamusei.it/artesacra/maesta.htm
La tavola del Lorenzetti può essere considerata, a giusta ragione, insieme alla cattedrale di San Cerbone, l’icona dell’arte di Massa Marittima: per questo motivo si può affermare con certezza che rappresenta l’opera di maggior interesse del museo di Arte Sacra, intorno alla quale è nato il museo stesso.
Nel corso dei secoli questo dipinto è apparso e scomparso più volte. La sua esistenza è testimoniata dal Ghiberti e dal Vasari, i quali ci informano che Ambrogio Lorenzetti a Massa Marittima dipinse una grande tavola. Fu il prof. Stefano Galli che, nel 1867, mentre cercava in tutti i magazzini delle chiese e del Comune, alla ricerca di opere da esporre nel nuovo Museo civico della città, a ritrovare nella soffitta del convento di Sant’Agostino una tavola abbandonata, che, divisa in cinque pezzi, aveva perfino servito come deposito per la cenere di una stufa. La tavola venne riconosciuta come quell’opera del Lorenzetti solo ai primi del ‘900 di cui a Massa si erano perse le tracce e venne esposta nella stanza del sindaco. In seguito a far parte del Museo civico, fondato nel 1867 con la Biblioteca.
L’opera viene considerata come una dei più importanti capolavori del Senese: è infatti di grande interesse iconografico, sia per la novità della composizione, sia per la scelta dei santi e delle personificazioni allegoriche. In origine potrebbe aver avuto un coronamento a pannelli cuspidati, del quale non si è conservata traccia. L’opera riprende il tema delle maestà senesi di Duccio e di Simone Martini, cioè della Madonna circondata dalla sua corte celeste di angeli e santi: il tema, però, viene trattato con significative innovazioni.
Riportiamo la descrizione del Carli: “La Madonna siede su un trono innalzato su tre gradini e la cui spalliera, con idea originalissima che si ritrova anche nella Maestà affrescata da Ambrogio in una cappella di Sant’Agostino a Siena, è formata dalle ali spiegate dei due angioli che sorreggono il cuscino su cui siede la Vergine; il volto di questa si unisce strettamente a quello del Bambino, le due bocche sono vicinissime e sembrano suggellarsi in un bacio, gli sguardi intensissimi e appassionati ribadiscono l’intimo legame tra Madre e Figlio. Sui gradini del trono, dipinti con i colori simbolici delle Virtù teologali, siedono in basso la Fede, biancovestita, che addita uno specchio con un’erma virile bifronte (l’Antico e il Nuovo Testamento), al centro la Speranza che sorregge un’alta torre, cui si affianca una pianta di giglio e sormontata dalla colonna del Premio eterno e, al sommo, munita di una rocca e di una fiamma, la Carità drappeggiata da una leggera tunica rossa a pieghe sottili, ad imitazione delle statue ellenistiche. Sei angioli musicanti e turiferari si inginocchiano ai due lati della gradinata, e altri due angioli dall’alto lanciano fiori sul gruppo della Madonna. Il resto della Tavola è occupato da due fittissime schiere di Patriarchi, di Santi e di Sante, tra le quali sono riconoscibili, a sinistra Santa Caterina, San Francesco, San Nicola da Bari, San Basilio il Grande, San Paolo, San Pietro e San Giovanni Evangelista, e a destra San Cerbone con il caratteristico attributo delle oche con le quali si presentò al Papa, San Regolo, Sant’Antonio Abate, San Benedetto e forse San Matteo, San Luca e San Marco: inidentificabili le altre quattro Sante, mentre nelle cuspidi sono raffigurati sei Apostoli e sei Patriarchi. Stupisce che dalla schiera manchi il Battista che non manca mai in simili consessi. La composizione tende a spiegarsi tutta in superficie, preme e si assiepa con mirabile effetto decorativo avanzando dal fondo verso lo spettatore: per questo Ambrogio ha arditamente depresso i gradini del trono, sentendoli soprattutto nel loro valore di sovrapposte zone cromatiche, ed ha invaso anche la parte alta del quadro, stivando di teste anche le arcatelle. Due modi diversi di rendere omaggio a Maria si fondono in questa trionfale visione, degna veramente del Paradiso dantesco, e cioè l’attiva partecipazione delle Virtù e degli angioli che suonano, agitano turiboli e con giovanile gagliardia lanciano mazzi di fiori, mentre la Carità dal suo alto seggio sembra dirigere la tripudiante orchestra, e l’estatica contemplazione dei Santi che, a ranghi serrati e con perfetta simmetria bilaterale –come nella Maestà di Duccio- guardano fissamente la Vergine e in silenzio La adorano. Le loro aureole, e quelle di altri santi da essi intercettati, si moltiplicano fantasmagoricamente, senza alcuna ricerca di profondità, ma come ondate di luce ravvivano ed esaltano al massimo grado la calda atmosfera dorata in cui appaiono immersi i colori. Nonostante che il Vasari abbia affermato che il Lorenzetti lavorò a Massa “in compagnia di altri”, la tavola appare quasi per intero autografa: la Borsook ritiene che alcuni santi della sinistra (Caterina, Basilio, Giovanni Evangelista) e altre figure si debbano all’aiuto che collaborò al trittico già in San Procolo a Firenze (ora agli Uffizi) e ai quattro Santi ora nel Museo dell’Opera del Duomo di Siena: ma mentre la qualità di questi ultimi appare un po’ inferiore a quella dei Santi di Massa, il bellissimo trittico fiorentino, che recava la data del 1332, sembra -a parte le tre piccole figure nelle cuspidi- interamente di mano di Ambrogio. Inoltre la Maestà massetana va datata […] al 1335-1337, cioè alla vigilia della grande impresa degli affreschi del Palazzo Pubblico di Siena” (da CARLI E., L’arte a Massa Marittima, Siena, 1976). La datazione proposta dal Carli è stata recentemente confermata da Diana Normann, mentre è da scartare un’ipotesi precedente che consisteva nel retrodatare l’opera agli anni giovanili del Lorenzetti, tra il 1280 e il 1290.
lunedì 6 luglio 2009
La P38 e la Mela - I nuovi Cristiani per...

La prima caratteristica è quella del nascere e svilupparsi di una novità, come nell’innamoramento, come nella fondazione di una nuova società. Ci siamo trovati a seguire una cosa completamente nuova che ci trascinava e cresceva in maniera impetuosa. E la spinta a tutto questo era data da Don Giussani, ma per noi era Don Giacomo il motore di tutto quello che il libro racconta. Anche al di là di quello che Saverio stesso dice di Giacomo ma solo perché nessuno di noi oserebbe descrivere e commentare quello che lui è stato, il suo modo di essere e di agire.
La seconda cosa che emerge con enorme chiarezza da questo libro è che tutto quello che accadde, accadde sulla base del desiderio che ben descrive l’articolista dell’Eco di Bergamo nella sua recensione.

In altri termini era chiaro come la politica fosse strumento non solo della libertà della Chiesa ma anche strumento della missione. In ogni caso strumento.
Ora c’è un aspetto che il libro non affronta (se non un accenno nelle conclusioni) e che neanche i vari recensori hanno affrontato: cosa dice questa storia alla Chiesa e allo stesso movimento di oggi?
Visto che questo diario non lo legge nessuno, posso anche tentare qualche considerazione senza i timori di chi scrive per un pubblico più ampio.
Intanto dice, quasi ovviamente, che quando la Chiesa vive è Lei che usa la politica come strumento e non il contrario. Che non vuol dire necessariamente fare un partito cristiano. Nell’esperienza descritta si fu liberi di fare una lista alternativa alla DC e l’anno dopo votare DC conservando tutta l’alterità dai democristiani doc. Oggi questa posizione non è riscontrabile, al contrario si assiste a casi quotidiani di esponenti politici ciellini che strumentalizzano la loro appartenenza per difendere, in modo pregiudiziale, anche l’indifendibile, come nel caso dell’ultima legge contro gli immigrati, fino a prendere posizione contro la Chiesa e i suoi vescovi.
Ma la cosa che mi ha più colpito nel riflettere sull’esperienza di quegli anni, è che è possibile tentare un parallelo fra quello che fu il ruolo della FUCI in quegli anni e il ruolo che ricopre oggi CL. Come proprio Cerocchi, l’altro autore del libro, ben testimonia, l’appartenenza alla Azione Cattolica portò quasi naturalmente alla posizione nota come “Cristiani per il socialismo”. Portò quindi ad una identità che è funzionale ad un’altra: essere cristiani per contribuire ad un progetto politico. E oggi il grande pericolo di CL è di ridursi ad essere “Cristiani per il …” dovrei dire Berlusconismo, non mi convince a pieno ma non vedo nulla di più centrato. Tra l’altro, Cerocchi è molto simpatico e molto amichevole ma non si può proprio dire che in fin dei conti si condividesse qualcosa fra noi e loro. Proprio no! L’azione di CL e di Don Giussani in particolare fu di opposizione totale a quell’approccio, e grazie a Dio che fu così. La questione è: oggi dove vive quella stessa deformazione di essere Cristiani per… qualcos’altro? Per me la risposta è ovvia. La deformazione più analoga, insieme con altre, ma la più pericolosa, è quella dei “Cristiani per il Berlusconismo”.
Ora io condivido con più di un amico la convinzione che nella Chiesa la soluzione non è mai costruita, è sempre una Grazia che accade, un Santo, un movimento, un carisma, che Dio suscita nella sua Chiesa e quindi prego che questo avvenga. Ma ciò non toglie, e Gius ce lo ha sempre insegnato, che la ragione non si debba astenere dall’esprimere un giudizio, anzi la capacità di leggere la realtà è forse il primo bagliore di una grazia.
giovedì 25 giugno 2009
Beato Angelico - mostra a Roma
foto b.brunelli Museo CortonaAttraverso l’arte, le persone riescono ad esprimersi anche a distanza di secoli e secoli. E ci sono cose completamente trasversali alle correnti artistiche, ai modi espressivi, agli strumenti usati. Per arrivare al punto, la grande emozione di questa mostra nasce dall’incontrare un uomo che testimonia la sua fede attraverso la sua arte. Ci ho messo un po’ ad “entrare in contatto”. Nelle prime opere esposte ho ammirato soprattutto la tecnica, poi piano piano è emersa questa voce, questo suo desiderio di raccontare a tutti i fatti, di illustrare la vita dei santi, quello che per lui testimonia la verità, l’incontro, la conversione.
Non è possibile non accorgersi di questo, ma come sempre è possibile mistificarlo. O in una forma alta come quella di Argan o più bassa come quella di Calvesi. Il primo infatti parla di intento programmatico mentre il secondo di residuo medioevale.
Sta di fatto che quando con Grazia siamo arrivati alla fine del percorso siamo tornati indietro a rivedere tutto e all’ultima opera (Madonna dell’Umiltà) mi sono fermato a dire un’Ave Maria ma solo per un moto spontaneo del cuore. E poi confesso una cosa: non ricordavo che il Beato Angelico fosse veramente beato per la Chiesa (lo ha proclamato Giovanni Paolo II nel 1984; beato e Patrono universale degli artisti). La Chiesa se n'era già accorta.
Non credo di aver detto qualcosa di originale sul Beato Angelico ma solo di aver raccontato un fatto personale.
La mostra è aperta fino al 5 luglio.
A supporto di quanto scritto:
Giorgia Catapano:
Oltre alla bellezza indiscutibile delle opere, si apprende nella mostra la funzione “intellettuale” di Beato Angelico: mentre dal Vasari è stata tramandata la sua figura di “eccellente pittore” e “ottimo religioso”, fino a essere definito “santissimo”, in quanto “si esercita continuamente nella pittura, né mai volle lavorare altre cose che di santi”, come scritto nel 1568, è Giulio Carlo Argan che nel 1955 ribalta l’interpretazione della sua opera, descrivendo Beato Angelico non più come “mistico trasognato”, ma con “una chiara coscienza della propria funzione storica”. Argan infatti ritiene che che “il fondamento dottrinale della sua pittura è il pensiero di San Tommaso D’Aquino, l’intento programmatico è la predicazione”. Tratto da:
http://h1.ath.cx/muvi/portale/wordpress/?p=6556
Francesca Mentella:
Conferma ancora Calvesi, che il residuo medievistico dell’Angelico “è, semmai, proprio nell’adesione a una visione irremovibile della natura naturata”, ovvero di quella natura immobile, creata da Dio, diametralmente opposta a quella natura naturans, che genera, mobile ed incline alla trasformazioni…
Tratto da:
http://www.artapartofculture.org/2009/04/11/beato-angelico-lalba-del-rinascimento-di-francesca-mentella/
http://www.museicapitolini.org/mostre_ed_eventi/mostre/beato_angelico
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